La Storia

Conosciuta nel parmense e nel reggiano col nome di “Nobile”, nel piacentino come “Lauro” così veniva descritta questa pera in un manoscritto anonimo parmense nel 1700: “bislungo, zalletto, un poco rossetto, di pelle suttile, di sapor delicato”. Dopo circa 300 anni nulla sembra essere cambiato da allora, il frutto è sempre lo stesso, con la stessa forma, sapore e colore. Quello che è mutato è invece tutto quello che gli stava intorno: non ci sono più le piantate di vite con cui esso era maritato, non ci sono più le soffitte piene di cassette con pere dolcemente adagiate nella paglia a maturare, così come non c’è più la “rezdora” che mescola il paiolo di rame dove faceva cuocere le pere Nobili assieme alle castagne nelle fredde e uggiose serate d’autunno.
L’origine storica di questa varietà di pera non è completamente conosciuta. Non ci sono, infatti, testimonianze storiche che attestino l’esatta sua origine. Quello che tuttavia sembra essere certo è che questa varietà non abbia subito un’importazione in tempi remoti in Emilia da altri luoghi, come è invece avvenuto per altre varietà. E’ il caso, infatti, della “pera Bergamota”, importata dalla Spagna da parte di Du Tillot nel 1761 per volere di don Filippo di Borbone che ne andava ghiotto, oppure per la susina “Regina Claudia” o la pera “Curato” probabilmente importate a Parma dalla Francia durante il regno di Maria Luigia. La prova di questa tesi è legata al fatto che non esiste in altra regione italiana o stato europeo, almeno secondo le fonti storiche o testimoniali a noi note, una varietà simile a quella presa in esame in questo testo.
E’ invece più probabile che questa varietà sia nata da seme, probabilmente per caso, in maniera del tutto fortuita, quando un agricoltore, in un momento non meglio definito del passato ed in un qualche angolo del territorio emiliano ha seminato volutamente un seme di pera, o ha trovato un albero seminato grazie ad un animale (magari cinghiale o uccello) che ha disperso quel seme. Da quel piccolo seme è nata una pianta di pero che una volta cresciuta (dopo almeno 10 anni) ha prodotto questo caratteristico frutto che è stato colto da quell’agricoltore o da un semplice viandante che le ha assaggiate e ritenute interessanti. Da quel momento, da quella pianta, sono stati ottenuti nuovi alberi identici, innestando su altre piante di pero rametti di quella pianta, mantenendo quasi completamente intatto il patrimonio genetico di quell’esemplare fino ai nostri giorni. Quell’albero è certamente scomparso molti anni or sono, tuttavia il suo DNA è ancora presente e è arrivato sano e salvo fino ai giorni nostri.
Quindi possiamo presumere che la Pera Nobile sia davvero un frutto autoctono emiliano , nato e cresciuto tra le nebbie della bassa ed i castelli del nostro Appennino, perfettamente adattato all’ambiente nostrano.
Certamente nel corso dei secoli qualche mutazione è avvenuta: questo spiega perché piante diverse di pero Nobile danno origine a frutti di forma o dimensione leggermente differenti.
La prima testimonianza bibliografica risale come già detto al 1700, in un testo che ne descrive la presenza e importanza nel nostro territorio. Successivamente le testimonianze si infittiscono, dimostrando il profondo legame tra questa varietà ed il territorio emiliano, soprattutto nella Provincia di Parma, capitale dell’allora Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.
Non dimentichiamoci che altre testimonianze ci arrivano dagli affreschi che possiamo trovare in alcune sale di alcuni dei nostri castelli: in particolare nella rocca di S. Secondo e nel Castello di Torrechiara dove nei soffitti di alcune sale sono raffigurati frutti che assomigliano molto alle pere Nobili. La certezza assoluta non esiste, ma la somiglianza è davvero notevole. Se così davvero fosse, questa sarebbe la prova tangibile che questa varietà sarebbe presente in Emilia ed a Parma in particolare da molto prima del 1700, visto che gli affreschi sono databili intorno alla metà del 1500.
( testo a cura di Mauro carboni)